Sull’Etna, il Rosso del Notaio Vacirca che fu descritto ne “I Vicerè”

Sull’Etna, il Rosso del Notaio Vacirca che fu descritto ne “I Vicerè”

Quante volte vi abbiamo raccontato in questi mesi della particolarità e della grande peculiarità del vino dell’Etna? Quante volte ci siamo soffermate sulla determinazione di tanti giovani che proprio nel nostro territorio stanno investendo tempo e risorse per dare a questo prodotto eccezionale ed esclusivo la rilevanza che gli spetta in tutti i mercati internazionali? Quante volte vi abbiamo parlato di una Sicilia che si muove e che lo fa con eleganza e talento? Tante volte. E soprattutto negli ultimi mesi, da quando – con la curiosità che ci contraddistingue – abbiamo intrapreso un percorso nuovo nel mondo del vino, della ristorazione e dell’agricoltura siciliana che ogni giorno ci porta a scoprire e raccontare storie diverse e come sempre “di valore”.

Anche per questo primo appuntamento del 2017 torniamo con un altro protagonista speciale del vino dell’Etna, lui è Vincenzo Vacirca, famoso notaio di Catania, erede di una nota famiglia di avvocati e proprietario di 14 ettari di terreno, ubicati a Santa Maria di Licodia a circa 900 metri d’altitudine, in contrada del Cavaliere

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Notaio Vincenzo Vacirca


Eleganza, cultura e stile sono parte integrante della storia dei Vacirca. Dalla legge al vino, dalla città alla montagna e dalla tradizione alle innovazioni di oggi, la storia delle cantine del Feudo di Gulfa – questo è il nome del vino prodotto dai Vacirca – si mescola inevitabilmente con una parte importante della storia di Sicilia. Fatti e racconti della loro vita ripercorrono eventi e fanno rivivere personaggi storici che sono stati tra i più importanti della cultura, della tradizione e della produzione siciliana.

Non a caso – come ci spiega lo stesso notaio – già da qualche anno la produzione del Feudo di Gulfa è legata con orgoglio a quella di un’altra storica cantina di famiglia siciliana, ovvero la cantina del Cavaliere Benanti e dei suoi figli Antonio e Salvino (di cui vi abbiamo già parlato in un recente articolo). “Grazie ad un protocollo d’intesa firmato nel 2013 – ci racconta il notaio – la nostra vinificazione viene fatta nell’azienda Benanti. Si tratta di un’alleanza che nasce da uno storico legame familiare e soprattuto dalla ritrovata collaborazione tra giovani che da sempre hanno creduto nei vitigni autoctoni dell’Etna e che credono fortemente nel futuro del loro territorio”.

Per parlarvi del vino di Vincenzo Vacirca è necessario però elevare i toni in stile nobiliare e sottolineare che non siamo i primi a raccontare le specialità della sua cantina perchè fu addirittura Federico De Roberto ne “I Vicerè” a citare tra i primi il vino delle vigne del Cavaliere”. Nel settimo capitolo della seconda parte si legge infatti: “Don Blasco Uzeda, ex benedettino del monastero di S. Nicolò l’Arena di Catania, una volta secolarizzato, tramite un prestanome venne in possesso di una delle migliori terre dei benedettini: la “vigna del Cavaliere”. E a pagina 99 De Roberto continua: “Le cantine di San Nicola erano ben provvedute e meglio reputate, e se i monaci trincavano largamente, avevano ragione, perchè il vino delle vigne del Cavaliere … era capace di risuscitare i morti”.

Il Blog che Vale lo ha incontrato per voi nel suo studio, in un palazzo storico nel centro di Catania.

  • Gentile notaio, la Sua è una storia di lunga tradizione nella gestione di proprietà terriere ma come nasce la passione per il vino?
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Il vigneto dei Vacirca a Santa Maria di Licodia

“Il vino c’è sempre stato nella mia vita – ci racconta – e questa proprietà, che originariamente apparteneva ai Benedettini, fu acquistata da un mio antenato con la dismissione dell’asse ecclesiastico e già allora aveva una rilevanza importante nel mercato internazionale. Pochi sanno, infatti, che il Nerello Mascalese veniva esportato in Francia ed era richiestissimo per rivitalizzare vini francesi un po’ asfittici anche negli anni in cui il vino dell’Etna non era conosciuto ai più. 

La mia famiglia – prosegue – si era un po’ allontanata dal vino negli ultimi anni perché è stata sempre impegnata in altri ruoli istituzionali. Sono stato io nel 2010 a rimettere insieme la produzione. Amo il vino, credo molto nelle potenzialità di questo territorio e credo che produrlo bene sia anche un modo per onorare le meraviglie di questa terra.

Ciononostante, credo fortemente che ci sia la necessità di fare sistema anche tra noi produttori. Per la frammentazione dei vigneti in tutta l’Etna, è difficile che un piccolo produttore possa aggredire il mercato in maniera esponenziale. Fare rete potrebbe essere una soluzione per tutti”.

  • Quali sono le caratteristiche del suo vino dell’Etna?

“Per tanti anni – spiega Vacirca – siamo stati legati ad un concetto di uniformazione del vino che, secondo molti, doveva essere sempre uguale a se stesso. Quando i palati divennero più raffinati, si capì che la natura va assecondata e che la particolarità del vino dell’Etna sta proprio nella sua esclusiva irriproducibilità. Grazie alle differenze climatiche, alle caratteristiche del territorio ed alla posizione geografica, non è possibile produrre lo stesso vino in nessun’altra parte al mondo e questo, peraltro, rende il vino dell’Etna anche diverso dal resto dei vini siciliani”

  • Oltre ad essere impegnato nella produzione di vino, Lei è prima di tutto un notaio. Dal punto di vista normativo, cosa manca alla Sicilia per esportare meglio nel mondo l’esclusivo vino dell’Etna?

Una burocrazia meno folle e mastodontica – così la definisce il notaio – potrebbe di certo consentire ai produttori di impiegare più risorse nella promozione e nella commercializzazione del proprio vino. Le attuali norme vengono spesso stratificate su più ambiti e l’informatizzazione della macchina burocratica a volte non aiuta perché spesso una rivoluzione informatica non pensante crea soltanto confusione e distoglie dalle vere potenzialità del sistema“.

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