Storia di una capoeira: una lezione di integrazione

Storia di una capoeira: una lezione di integrazione

 

Poco o nulla ha a che vedere la storia che sto per raccontarvi con il romanzo verghiano, se non il fatto di avere Catania come sfondo di una vita vissuta, stavolta, tra grandi soddisfazioni e velata nostalgia. Un sorriso bianchissimo, un corpo aitante color cioccolato, occhi grandi e dolcemente tristi e una parlata che ricorda tanto la bossa nova. Luis Carlos Vieira, originario di Salvador de Bahia, ha 37 anni ma da quindici ha lasciato le terre brasiliane per approdare in Europa, e adesso vive e lavora a Catania. La storia di Luis Carlos, brasiliano di origini africane – come lui stesso tiene a sottolineare – è la storia del riscatto della capoeira da pratica clandestina a pratica culturale da insegnare nelle scuole più prestigiose del mondo.  Perché la capoeira è molto più di uno sport, non è solo lotta e non è solo danza, è visione del mondo. La capoeira è un’antichissima arte marziale che affonda le sue radici in una storia di oppressione, quella degli schiavi africani deportati in Brasile ad opera dei portoghesi, ma anche di speranza e rinascita, nel momento in cui gli schiavi decisero che il loro destino era un altro e che bisognava combattere per questo.

 

Noi de Il Blog che vale non potevamo dunque non parlarne, e anzi riteniamo significativo inaugurare la rubrica “Culturale” con una storia di civiltà basata su valori fondamentali come rispetto, libertà e socializzazione. E così mentre Catania, durante la settimana nazionale dell’integrazione, si veste d’arancione per accogliere tutti con un colore caldo come l’accoglienza, noi scopriamo cosa ne pensa chi si trova dall’altro lato.
Luis Carlos, tu sei nato di fronte al mare e provieni da una famiglia di capoeiristi. Come ha influito questo nella tua vita? 
Adoro il mare e il senso di libertà e apertura che ti da. Ma in realtà, quando avevo 7 anni, la mia famiglia si trasferì dalla periferia al centro di Salvador de Bahia, precisamente nel quartiere storico Pelourinho, popolatissimo di capoeiristi e al tempo anche abbastanza pericoloso. Era facile imbattersi nella via sbagliata, ma quelle stradine del centro furono per me una grande scuola di vita. La capoeira, che iniziai a praticare fin da bambino grazie agli insegnamenti di mio cugino e del mio fratello maggiore, mi permise di conoscere il male ma di non sceglierlo mai. Io devo tutto alla capoeira, che mi ha permesso di dare un equilibrio alla mia irruenza, di imparare il rispetto dell’altro e di apprezzare le differenze, di qualunque natura.

 

Hai cominciato a diffondere la cultura della capoeira in Europa a fine anni ’90, quando hai lasciato il Brasile per la Spagna, la Germania e poi ancora l’Austria, la Svizzera, il Belgio, la Turchia e infine l’Italia. In 24 anni di duro apprendimento e allenamento, sei diventato un Contramestre (ndr., penultimo grado prima di diventare Mestre) e hai pure fondato una tua scuola a Catania. 

 

Cosa pensi di aver insegnato ai tuoi allievi, a parte le tecniche di lotta? 
Il rispetto per la capoeira come filosofia di vita. Io sono nero, sono africano e sono brasiliano, e per me la capoeira ha un forte valore di identità, ribellione contro l’oppressore ma anche di fratellanza tra popoli e di conoscenza dell’altro basata sul contatto fisico. Il siciliano ha nell’anima lo spirito di socializzazione e di integrazione, però a volte se ne dimentica, soprattutto nel momento in cui si stupisce dei traguardi ottenuti da chi meno ci si aspetta. Anche quello è razzismo, velato di invidia, ma razzismo.

 

Chi è l’apprendista ideale nella capoeira?
La capoeira è per tutti, ma non tutti sono fatti per la capoeira. L’allievo ideale è chi mi chiede di diventare allievo, non maestro. Anche dopo tanti anni e il livello raggiunto, io ho tuttora un Mestre da cui credo di avere ancora molto da imparare.

 

Luis Carlos, alias Contramestre Nenem – nella tradizione, ogni capoeirista aveva un soprannome per non essere identificato – ora ha chiuso la scuola di capoeira perché “troppi allievi hanno deciso di non aver più bisogno del loro maestro”- ci racconta con amarezza. E così, a Catania e dintorni, gli insegnanti sono proliferati e quella che era un’arte con le sue regole e i suoi principi, è diventata una moda da seguire senza crederci e da insegnare senza alcuna cognizione di didattica. “Perché voi siciliani avete troppa fretta di arrivare in alto, e non vi accorgete che la parte più bella è proprio quella della salita”.

 

Luis Carlos è adesso un apprezzatissimo istruttore di zumba e fitboxe in una rinomata catena di palestre della città, dove tra i suoi allievi vi sono anche ragazzi con disabilità e persone provenienti da altri paesi lontani dal nostro. È soddisfatto di essere riuscito a creare una famiglia anche lì usando lo sport e la musica della sua terra, ma quando mi mostra un video di roda – così si chiama il cerchio di persone che si crea attorno a un juego di capoeira – non può fare a meno di commuoversi.
Continua a essere capoeirista, “fino alla morte”, e continua ad amare Catania “perché ha mare e montagna insieme”, ma nei suoi occhi si legge la mancanza di quella “conoscenza attraverso la pelle” che è alla base di ogni rapporto umano.

 

 … Forse avremmo bisogno di più abbracci e dialoghi veri, e meno di manifestazioni che spesso rischiano di diventare sterili convegni e incontri senza seguito. Grazie Nenem. Un abbraccio.

 

 

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