Le minne di Sant’Agata tra dolcezza e dolore

Le minne di Sant’Agata tra dolcezza e dolore

Le “minne” di Sant’Agata tra dolore, dolcezza e religione nel racconto ormai noto di Giuseppina Torregrossa, la scrittrice palermitana che con i suoi libri ha spesso raccontato le meraviglie di Sicilia e la passione delle donne che negli anni hanno dato vita a questa terra. Il Blog che Vale, in occasione delle festività agatine, ha incontrato la Torregrossa, come ogni anno in visita a Catania in questi giorni, per parlare della festa (vista dagli occhi di chi Catania la guarda da turista) e anche di Palermo che – come ormai sappiamo – sarà la capitale della Cultura nel 2018.

Pubblicato ormai quasi 10 anni fa, “Il conto delle minne” continua ad essere oggi uno dei libri più venduti e ristampati del momento. Con il suo prologo interamente dedicato al racconto del rito della preparazione delle cassatelle di ricotta e zucchero, la Torregrossa racconta il martirio della Santa a cui furono “strappate le minne” dall’uomo che la desiderava e che da lei fu rifiutato e usa la metafora dei dolci, che per forma e colore ricordano il seno delle donne, per parlare anche di due argomenti delicati: la prevenzione del tumore al seno e la violenza sulle donne.

Si legge: “La decorazione era una fase particolarmente delicata ed io percepivo tutta la solennità di quel momento. Le cassatelle dovevano assomigliare a veri seni, altrimenti correvano il rischio scontentare la Santa che, suscettibile com’era, avrebbe potuto toglierci la sua protezione”.

Credo che in quel racconto io abbia attinto ad un archetipo. Ormai da 20 anni sono in trincea anche io con un tumore al seno – ci spiega Giuseppina – ho affrontato questa malattia prima da medico e poi da paziente e questo l’ha resa familiare. Nel libro ho messo parte della mia storia di donna e di famiglia”.

  • Il racconto lascia nell’aria “odore di santità e di ricotta” – lei scrive – e questo ci fa pensare un po’ alla festa di Sant’Agata ma anche alle numerose feste patronali che si svolgono nelle città siciliane, compresa quella di Santa Rosalia a Palermo, Barbara a Paternò e Santa Lucia a Belpasso. Qual è l’elemento di valore secondo lei oggi?

C’è un nucleo genuino di devozione da parte della gente. Le Sante sono figure tragiche ed eroiche. Quello che mi fa pensare è che la maggior parte delle martiri e delle Sante sono vittime di violenza. Ad Agata furono strappate le minne, a Barbara la testa, Lucia fu bruciata e pugnalata. Oggi tantissime donne sono vittime di violenza, martoriate ed uccise perché in molti casi si sono opposte al volere degli uomini. La storia di S. Agata non è molto lontana dalle tragedie di oggi

  • Lei parla spesso di Palermo che è la sua città ma anche la protagonista indiscussa delle sue storie. Nel 2018 un grande appuntamento, il capoluogo siciliano sarà capitale della cultura. Cosa manca alla città per essere preparata?

Palermo è la mia mamma. E oggi più che mai è una città culturalmente vivace. Le vie sono piene di artisti e scrittori che la amano e la raccontano a loro modo. Ciò detto, per essere pronta Palermo dovrebbe semplicemente abbandonare il suo disfattismo e rinascere da se stessa”.

  • Le donne siciliane dei suoi libri sono spesso un misto di tradizione, passione e dolore ma sono sempre delle combattenti e delle vincitrici, un po’ come le protagoniste delle storie de Il Blog che Vale. E’ questo che ci contraddistingue?

“In momenti di crisi, le donne siciliane sono sempre state la risorsa vincente. Dopo la fine della guerra, a Palermo erano rimaste solo donne e bambini e fu solo grazie alle donne che la città andò avanti. Si rimboccarono le maniche e lavorarono incessantemente per eliminare il problema del tifo. Insegnarono la cura dei bambini e lavorarono duramente per ripristinare l’economia. Mia nonna, addirittura, pur essendo una musicista, faceva biancheria con la stoffa dei paracaduti. Le donne hanno la forza adatta e sono piene di idee di valore”.

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